Stavo sognando un cane con le ali che volava in cerchio sopra la carcassa di un postino.
Quando aprii gli occhi e vidi i bagliori della luce blu lampeggiante che rischiaravano il buio della cucina, infilai la felpa e mi precipitai giù dalle scale.
Nella via c’era già un capannello di gente.
Piovigginava.
La luce dei tre lampioni si disperdeva liquida nell’aria e il faro blu lampeggiante sembrava un occhio luminoso e ipnotico che attirava persone come falene intorno a una candela.
Alcuni mi rivolsero un’espressione lugubre, altri scuotevano la testa fissando le proprie ciabatte fradice, altri ancora riprendevano la scena con lo smartphone.
- Cos’è successo? – domandai titubante alla signora De Magistris del terzo piano, imbacuccata in un piumino verde acido col cappuccio alzato. Da una mano le penzolava il portachiavi, un gatto di peluche spelacchiato e consunto.
- Le pare il caso di chiederlo? Non ha visto dal balcone? – mi apostrofò stizzita agitando il gatto. Suo figlio mi riprese con lo smartphone.
- Mi ero appisolato… - dissi proteggendo il volto con la mano.
Il signor Felice del primo piano, stretto in una tuta viola che gli metteva in risalto la pancia, marciò contro di me guardandomi storto e iniziò a sbraitare.
- Ecco, lo vede cosa è successo? Lo vede?
Mi guardai intorno ma vidi solo gente immobile che fissava il vuoto.
- Cosa?
- Non lo sa? Provi a immaginare! E sia ben chiaro che io non ho nulla a che fare con questa storia. Ha capito? Niente di niente. È stato lei a scatenare tutto!
Il compagno del signor Felice, un ragazzetto filiforme che stava morendo di freddo, lo prese sottobraccio e lo allontanò da me. La signora De Magistris inarcò le sopracciglia e abbozzò una smorfia beffarda.
La pioggia scendeva fine, simile a nebbia, e nessuno aveva portato con sé l’ombrello.
Per fortuna mi ero infilato un paio di scarpe da ginnastica, ma mi resi conto di non aver legato le stringhe.
La porta della villetta dei gelsomini era aperta e dall’interno non proveniva alcun rumore.
Altre persone comparvero dal nulla, in silenzio, radunandosi come spettri lungo i marciapiedi o intorno alla macchina della polizia.
Feci qualche passo indietro per tornare in casa, ma di fronte al cancello si era schierata la famiglia Zucconi. Il figlio, un teppista obeso sempre vestito da rapper, era appoggiato all’ingresso a braccia incrociate e mi fissava con aria cattiva nonostante lo strabismo rendesse grottesca la sua espressione.
- Non mi sembra il caso di rientrare – sorrise gelido il signor Zucconi.
- Diglielo, caro – fece eco la moglie annuendo.
- Potrebbero volerle farle delle domande…
- Suoneranno il campanello, nel caso – provai a rispondere.
A quel punto il figlio rapper partì con le sue rime:
“Se non ami gli animali / ti appendiamo coi maiali / tutti quanti lo sappiamo / che ti stai cagando in mano”
- Caro, non si appendono i maiali! – disse la madre.
- Mamma, non rompermi le palle, il rap è arte!
Non potendo rientrare in casa pensai di raggiungere la macchina. Mi ero portato dietro le chiavi ma mi resi conto che sarebbe stato inutile provare a fuggire: l’auto della polizia parcheggiata in mezzo alla strada bloccava il passaggio.
- Senta, lei – disse la signora Armida della casa di fronte, con un pigiama a cuoricini rossi che sbucava da sotto il cappottino nero. Era struccata e portava un cappello nero da pioggia calato fin sugli occhi.
- Cosa succede? – provai a chiederle.
- Mi prende in giro per caso? – esclamò.
- Non mi permetterei…
- Comunque, non si deve preoccupare, vedrà che tutto si aggiusta. In un modo o nell’altro, insomma. Sa, sono cose che capitano anche alle persone per bene. Non deve prenderla sul personale… Una volta è successo persino a una mia lontana parente. Una persona rispettabilissima , mi creda! Un bel giorno ha sbroccato, così, di punto in bianco, mentre era a scuola. Insegnava storia e geografia, sa. Uno dei suoi studenti la tormentava. Ha presente quei ragazzini strafottenti, maleducati, che ne combinano una dopo l’altra e sembra che niente e nessuno possa fermarli? Ecco. Be’, proprio mentre stava spiegando non so più quale scemenza a proposito dell’Argentina, ha iniziato a dar fuori di matto e zac.
- Zac?
- Eh già.
- Be’ ma io cosa c’entro scusi?
- Lei, noi… suvvia. Siamo tutti un po’ responsabili, non dico di no. Però, certo, se lei non fosse stato così - perdoni la franchezza - così avventato…
- Ma io non ho fatto nulla!
- Certo, certo… vediamo cosa diranno gli agenti però. D’altronde lei ha ragione: non si può incolpare qualcuno di essere stato avventato. Ormai ciò che è fatto è fatto. Un gesto, un movimento brusco… chi lo sa.
- Io non…
- Senta, lo dico per il suo bene, non cerchi di convincere me di non aver fatto quello che evidentemente ha fatto. Risparmi il fiato per gli agenti.
All’improvviso il silenzio fu squarciato dallo sferragliare della serranda della parrucchiera.
Mi voltai di scatto e la vidi di fronte al suo negozio. Non l’avevo nemmeno sentita arrivare.
Si erano girati anche tutti gli altri. Con gli occhi di tutti puntati addosso, fu costretta a dare spiegazioni.
- Ho dimenticato… il portafogli in negozio – disse visibilmente agitata, dopodiché si infilò dentro come un grosso ratto agitando il caschetto biondo.
Mi ricordai allora della nostra conversazione di poche settimane prima, quando mi aveva rivelato di non sopportare più “quel demonio”, come diceva lei, e che avrebbe fatto di tutto per farlo smettere.
Aspettai che gli altri riportassero l’attenzione sulla luce blu e m’intrufolai nel negozio.
- Hey! – sbottò la parrucchiera contrariata vedendomi comparire nel suo antro semi buio.
- Shhh! Non si preoccupi. Le voglio solo parlare.
- Io invece voglio che lei esca subito di qui! Il negozio è chiuso.
- Lo so bene che è chiuso, sono le dieci di sera! Volevo chiederle se lei sa qualcosa…
- Qualcosa? Io non so un bel niente, a parte che lei è nei guai.
Iniziavo a essere seriamente preoccupato, sembrava che tutti all’improvviso ce l’avessero con me, che tutti mi accusassero di qualcosa.
Cercai di restare calmo per riuscire a ottenere qualche informazione. Finsi di sapere cosa fosse successo.
- Non credo che abbiano prove contro di me – inventai bisbigliando, - potrebbe essere stato chiunque…
- Certo, come no! Ma chi ha fatto la denuncia per essere stato morsicato a una gamba? Eh? Chi? Io, forse? No, me lo dica!
Io sussurravo e lei mi rispondeva urlando, quasi volesse farsi sentire da tutti quelli che erano fuori.
A quel punto sentii una voce conosciuta che cantilenava fuori dalla porta:
“Il maiale è chiuso in gabbia / ora sfoga la sua rabbia / affetta la parrucchiera / la storia si fa più vera / lo prendono gli sbirri / fa la fine di Raffaele Pirri”
- Chi è Raffaele Pirri, tesoro?
- Mamma! Non mi angosciare, è un nome inventato per fare la rima!
La parrucchiera aveva preso un paio di forbici appuntite e me le puntava contro.
- Non farmi del male, bastardo! Lo so che sei capace di tutto!
- Non voglio far del male a nessuno!
Stavo indietreggiando verso la porta quando si sentì una sorta di boato di voci. Come se tutti avessero trattenuto il fiato all’unisono.
Tornai sulla strada e vidi gli agenti che uscivano dalla villetta dei gelsomini.
Prima di salire in macchina scrutarono con aria severa tutti i curiosi, che intimoriti fecero qualche passo indietro.
Poi chiusero le portiere in contemporanea e sgommarono via all’istante.
Dalla villetta non proveniva alcun rumore.
La parrucchiera uscì dal negozio e abbassò la serranda, attirando l’attenzione su di sé.
- Ha confessato! – disse indicandomi.
Un brusio serpeggiò tra la folla. Si erano formati, nel frattempo, alcuni gruppetti.
Il signor Felice e il suo compagno parlottavano con il maestro Coppani, un ex concertista di fama nazionale ormai in pensione. La signora De Magistris, col suo piumino verde fosforescente, bisbigliava nell’orecchio della signora Armida, la quale, per sentirla, doveva sollevare il cappello da pioggia sopra l’orecchio destro, mentre suo figlio continuava a riprendere tutto.
Gli Zucconi presidiavano il cancello insieme alla signora Domenica, detta Miss Potato per la sua forma fisica non propriamente smagliante e la vecchia gattara del piano interrato era uscita con una seggiolina per assistere allo spettacolo comodamente seduta.
Insomma, ovunque guardassi vedevo gruppetti di persone che bisbigliavano fissandomi storto.
- Non ho confessato proprio nulla – replicai.
- Come no? Mentre eravamo dentro, lei mi ha detto testualmente “Non credo che abbiano prove contro di me”. Ho registrato tutto con l’iPhone!
- Lo sapevo! – strillò il signor Felice agitadosi come un tacchino.
- Quel povero cane… - intervenne Miss Potato con tono melodrammatico. Seguiva un corso di teatro dell’improvvisazione da due anni.
- Odiavate tutti quel cane… e comunque: mi volete spiegare cosa diavolo gli è successo? Mi pare che nessuno di voi lo sappia esattamente!
- Bugiardo! Lei è solo un bugiardo! – intervenne la signora De Magistris agitando il gatto portachiavi verso di me. – Perché non partecipa mai alle riunioni di condominio? Eh? Promette di venire e poi non viene mai!
- E questo che diavolo c'entra? - dissi.
- Non ci siamo mai fidati di lui – aggiunse la moglie dello Zucconi indicandomi mentre si rivolgeva alla folla. – Una notte l’ho visto rientrare alle tre! Un pessimo esempio per il nostro bambino…
- Non ho fatto alcun rumore quando sono tornato alle tre! E soprattutto non ho fatto nulla a quel cane! È stato lui a mordermi! Dove sono i suoi padroni, piuttosto?
- Se volete il mio parere, - intervenne il maestro Coppani, - per quanto possa valere il parere di un vecchio, quel cane non ha avuto nessuna colpa. Il giorno in cui avvenne il fatto ero alla finestra e ho visto tutto. Il signor… non ricordo mai il suo nome…
- Federico! – strillò velenoso il signor Felice.
- Grazie. Federico, dicevo, iniziò a correre suscitando in tal modo il sospetto del cane, che, indispettito, prese a inseguirlo e alla fine lo morsicò. Un comportamento del tutto usuale per un cane, direi. Perciò, in conclusione, la colpa ricade unicamente sulla vittima, ovverosia sul signor Federico.
- Ad ogni modo eravate tutti infastiditi quando abbaiava alle tre di notte! – dissi rivolgendomi alla folla.
- Avevamo paura che soffrisse – fece la signora Armida. – Noi amiamo gli animali e sentire un cane che guaisce in quel modo ci fa stringere il cuore!
- Povera bestia! – aggiunse piagnucolando Miss Potato.
- Perciò – riprese Armida – noi non ci saremmo mai sognati di fare del male a quella povera bestiola!
- Mai!
- Mai e poi mai!
- Ci mancherebbe altro!
- Sappiamo di chi è la colpa se gli è successo qualcosa!
Indietreggiai di qualche passo mentre la folla inferocita avanzava lentamente verso di me. Inciampai in una stringa e caddi all’indietro contro la serranda della parrucchiera facendo un gran fragore.
Proprio in quell’istante si sentì un cane abbaiare. I suoi guaiti sembravano provenire dall’interno della villetta e catalizzarono l’attenzione generale.
- Ommioddio! – esclamò Miss Potato portandosi una mano alla bocca.
- State calmi, dev’essere il cane dei signori Tibaldi! – intervenne lo Zucconi.
- Niente affatto – dissi. - È proprio lui, è vivo!
A quel punto si sentì la sirena di un’ambulanza che pochi minuti dopo comparve all’imbocco della via insieme alla gazzella della polizia e un furgone nero.
La gente balzò sui marciapiedi per non essere investita.
Dal furgone nero scesero due tizi grandi e grossi con una tuta verde marcio e lo sguardo fisso.
Entrarono nella villetta scortati dai poliziotti e ne uscirono trascinando fuori un cane col muso stretto in una museruola, che si agitava furiosamente come fosse posseduto da un serpente a sonagli.
Caricato a fatica il cane sul furgone, chiusero il portellone posteriore e misero in moto. Dall’interno del furgone rimbombava il rumore di qualcosa che si schiantava contro le pareti di lamiera.
Nessuno fiatò per i venti minuti successivi, durante i quali furono portate fuori dalla villetta e caricate sull’ambulanza quattro salme ricoperte da un telo bianco.
Il cielo aveva smesso di piovere e la gente di parlare.
I due agenti apposero i sigilli della polizia fuori dalla villetta e scivolarono via in silenzio insieme all’ambulanza.
Ognuno si avviò verso la propria tana con gli occhi bassi senza dire una parola.
- Avete visto? – dissi rivolgendomi alla folla silenziosa. – Io non c’entravo nulla. È stato il cane! Era pazzo!
Una selva di occhi cattivi si sollevò su di me.
Fu il signor Zucconi a parlare.
- Mi dispiace che quel cane l'abbia azzannata, signor Federico.
- Be'... grazie... - dissi, ma sapevo che c'era dell'altro.
- Intendevo dire... mi dispiace che l'abbia
solo azzannata! Lei è un mostro! Meritava di peggio.
- Assassino! - strillò Miss Potato con una mano sul petto e una nell'aria.
- Mostro schifoso - disse con una smorfia la signora De Magistris.
- Assassinooo! - starnazzò il signor Felice.
"Mostro assassino / ti spezzo con un grissino / devi andare via di qui / come disse mister chi".
Io iniziai a correre in mezzo alla strada, ignorando le voci che mi incolpavano di un crimine mai commesso.
Corsi fino alla macchina, mi ci infilai dentro e misi in moto partendo a razzo, mentre una grossa cornacchia si levava in volo dalla villetta dei gelsomini.