sabato 28 aprile 2012

Il bosco di nebbia


Nel mezzo del bosco di nebbia, viveva una casa.
E quella casa custodiva il segreto del bosco di nebbia.

- Le case non vivono – disse Pignetto con una smorfia.
Miss Alamandra s’interruppe e sbuffò: – Prima di parlare, ascolta.
Lui incrociò le braccina paffute, mise il broncio e chiuse la bocca.

Il bosco di nebbia era talmente grande che per attraversarlo tutto ci sarebbe voluta una settimana. Forse di più. Nessuno sapeva per certo quanto fosse grande, perché nessuno ci si era più avventurato da almeno tre decenni, e tutti gli abitanti della cittadina al margine del bosco facevano attenzione a non avvicinarsi troppo.

Sapevano bene che addentrarsi là dentro sarebbe stata un’impresa suicida, glielo proibivano fin da piccoli e per di più era vietato dalla legge. Ne avevano talmente paura che nemmeno l’incoscienza e il desiderio di ribellione che caratterizzano l’adolescenza, riuscivano mai a spingere qualcuno a infrangere le regole.

La cittadina di LowGrey era costituita da due lunghi filari di case disposte ai lati della strada principale. Attraversata la città, la strada proseguiva per circa tre chilometri dopodiché si tuffava nel bosco di nebbia e spariva inghiottita dalla vegetazione.
I più vecchi del villaggio, quelli che avevano superato la terza decade, ricordavano ancora il giorno in cui, da piccoli, avevano visto per la prima volta il bosco di nebbia.

- Etcì!
Mariadele starnutì talmente forte da far girare tutti verso di lei. La piccola estrasse un fazzoletto a pois verdi e soffiò il naso. Poi lo piegò, lo ripose con cura nella tasca e rivolgendosi a Miss Alamandra con sussiego disse: - Be’? Continua!
Lei, scuotendo la testa contrariata, riprese.

Il bosco non era sempre esistito. Un bel giorno - anzi, sarebbe meglio dire un brutto giorno - quando gli abitanti di LowGrey si svegliarono e aprirono le finestre, videro in lontananza quel grande agglomerato nebbioso.
Non che la nebbia fosse una novità, anzi, sulle prime nemmeno ci fecero caso. Ma poi, guardando meglio, scendendo per strada e avvicinandosi, si accorsero di qualcosa, e lo stupore s’impresse sui loro volti.

Non era semplice nebbia, come quella che tante volte era scesa verso sera tra le loro case, era qualcosa di completamente diverso. Qualcosa di assurdo e inverosimile. Qualcosa che nessuno di loro ebbe modo di spiegare o comprendere.
Quel che videro quel giorno, in prossimità della loro cittadina, era in tutto e per tutto un grande bosco. Un bosco cresciuto in una sola notte.
Ma c’era molto di più.
Ogni singolo albero, ogni ramo, ogni foglia, ogni cespuglio, ogni filo d’erba, fungo, felce e quant’altro, tutto era costituito interamente di nebbia.
Goccioline d’acqua sospese nell’aria.
Eppure ogni elemento era ben definito, preciso, dettagliato come fosse vegetazione reale e materica anziché inconsistente e fluttuante.
Tutto era perfettamente riconoscibile, nella forma e nella specie arborea.

- E la casa vivente? Non c’era una casa vivente? – precisò Pignetto che teneva il braccio alzato da cinque minuti.
Miss Alamandra gli lanciò uno sguardo così esplicativo da convincerlo ad abbassare il braccio all’istante e tapparsi la bocca.

Gli abitanti di LowGrey erano rimasti talmente stupiti da quell’improbabile apparizione, che per una settimana non avevano parlato d’altro.
I ragazzi ogni giorno correvano fuori dalle scuole e andavano a controllare se il bosco fosse ancora lì, e restavano incantati ore intere a guardarlo.
I giornali spremevano la notizia da tutte le prospettive, s’inventavano ipotesi improbabili intervistando saccenti esperti e costruivano ad arte nuovi scoop per giustificare la loro costante presenza sul posto, sebbene nulla cambiasse da un giorno all’altro.
Alcuni camper della tivù si piazzarono stabilmente al limitare del bosco per parecchi giorni, pronti a trasmettere qualsiasi aggiornamento o mutamento del fenomeno.
Ma nulla sembrava cambiare. Il bosco se ne stava lì giorno e notte immobile e surreale.

Giunsero sedicenti indagatori del mistero e spavaldi avventurieri.
Alcuni di essi decisero di provarci: rilasciarono pompose dichiarazioni, spiegarono quale fosse, secondo la loro esperienza, l’origine del fenomeno e si addentrarono muniti di ogni aggeggio da esplorazione. Nessuno li vide più.
Dopo il terzo esploratore scomparso, la zona fu dichiarata off limits e fu apposto un cartello di divieto di accesso.

Col passare dei giorni, e poi delle settimane, il bosco di nebbia divenne normale, e tutti si abituarono alla sua presenza. Tuttavia, nessuno dei cittadini di LowGrey ricordava più cosa ci fosse in quel luogo prima che il bosco si materializzasse.
I giornali smisero di parlarne e i camper delle tivù si spostarono poco lontano, davanti alla casa di un presunto killer che aveva ucciso tutte le tartarughe acquatiche della sorella in modo efferato.

Saretta alzò la manina con un’espressione terrorizzata sul volto e disse: - Posso telefonare a mamma per sapere come stanno le mie tartarughine?
- Stanno benissimo - tagliò corto Miss Alamandra. – E ora ascolta.

La zona col tempo divenne una meta turistica, e di tanto in tanto arrivavano pullman di giapponesi che volevano fotografare il bosco, oppure turisti tedeschi che insistevano per entrarvi, perché dicevano di essere ben avvezzi a perlustrare qualsiasi tipo di bosco senza perdersi.

Una mattina come tante, tre decenni dopo la comparsa del bosco di nebbia, nel mezzo della strada che vi si tuffava dentro, comparve un vecchio.

Pignetto si alzò in piedi, prese una sedia, ci salì sopra e sollevò il braccino.
- Io lo so chi era! – disse. – Uno di quelli che si erano addentrati nel bosco!
- Bene, - disse Miss Alamandra, - ora che hai condiviso con noi le tue supposizioni, puoi stare zitto fino alla fine.
Pignetto scese dalla sedia mogio mogio e Miss Alamandra riprese.

Il vecchio aveva la pelle grigia, la barba bianca e un vestito logoro. Tremolava tutto e tossiva l’inferno fuori dai polmoni. E il suo sguardo vagava nel nulla senza mai posarsi su qualcosa.
- Si sente bene, signore? – disse Ermanno Fantastichini, il benzinaio poeta. Fu lui a incontrarlo, perché la sua pompa di benzina si trovava proprio al limitare del bosco.

Quello non rispose, ma tra un rantolo e l’altro pronunciò queste parole:
- Nel mezzo del bosco di nebbia viveva una casa. E quella casa custodiva il segreto del bosco di nebbia. Ora quella casa non vive più. Voi potete ancora salvarvi, ma per farlo dovete ricordare!
- Ricordare cosa? – domandò Ermanno un po’ preoccupato.
A quella domanda il vecchio sembrò destarsi. Rivolse lo sguardo al bosco, lo indicò, e con tono grave disse: - La grande città!
Quindi ricominciò a tossire.
- Quale città? – chiese il benzinaio sempre più confuso.
- Dovevo immaginarlo. Ve la siete già dimenticata. Ma lei era lì, prima che il bosco l’avvolgesse.

Ermanno si sforzò di ricordare, ma la sua memoria si arenava al giorno della comparsa del bosco. Prima di allora, il nulla.
Allora il vecchio, con un grande sforzo, iniziò a raccontare.
- Tutto ebbe inizio da un bosco vero. In quel bosco nacque una casa, intorno alla casa nacquero altre case e ognuna di esse viveva felice. Finché divennero una città. La città crebbe, crebbe velocemente, a dismisura, distruggendo il bosco, incurante della vita che stava schiacciando. Soffocò ogni spazio vitale rimasto, con le nubi che produceva. E alla fine ogni casa vivente si ammalò e gli abitanti fuggirono via oppure morirono. Allora lo spettro del bosco tornò a occupare quei luoghi che gli appartenevano rendendoli inaccessibili.

- E lei come sa tutte queste cose?
- Io abitavo in quella casa, e ho continuato a viverci per tutti questi anni, da solo, ultimo custode del grande segreto. La morte mi ha liberato da quella prigionia, ma prima di andarmene per sempre mi è stato concesso di rivelare la verità a una persona, perché gli eventi non si ripetano.
- Non sono sicuro di capire... – confessò Ermanno.
- In ogni luogo c’è almeno una casa che vive, ed é compito degli uomini saperla rispettare, amare e preservare dall’orrore delle nubi. Altrimenti il bosco di nebbia si espanderà per avvolgere un’altra città.
- Anche qui c’è una casa che vive?
- Certo che c’è, probabilmente più d’una, e bisogna fare in modo che col passare degli anni la città non la soffochi. Ricordatelo!

Detto ciò, il vecchio si alzò e fluttuò verso il bosco, ma prima ancora di esservi penetrato, si dissolse in nebbia diventando parte di esso.
Ermanno corse a raccontare l’accaduto, scrisse lettere e poesie, ma nessuno credette mai alle sue parole e negli anni a seguire LowGrey crebbe a dismisura schiacciando i suoi abitanti e soffocandoli con le nubi.
Dieci anni dopo, la cittadina sparì per sempre, avvolta da un nuovo bosco di nebbia.

Miss Alamandra guardò i bambini uno ad uno. Nessuno fiatava.
- Ognuna delle vostre case, bambini, è una casa che vive, perché ci siete dentro voi a renderla tale. Ricordatevelo sempre, anche quando sarete grandi e cercheranno di farvelo dimenticare. Altrimenti, prima o poi, un bosco di nebbia avvolgerà anche voi.

mercoledì 25 aprile 2012

Se li riconosco li evito: 10 tipologie di tuitteri che non seguirò mai.


Inutile indignarsi: sono un tuittero snob e selettivo. 
Dopo tre anni di cinguettii, o forse più, me lo posso permettere. 
Sia chiaro che non voglio dettar legge: ognuno tuitti come e cosa vuole. Tuttavia, poiché in fondo sono molto magnanimo, voglio dare una chance ai giovani cinguettatori spiegando loro i motivi per cui potrei non volerli seguire.
Ecco alcune tipologie di tuitteri che non seguirò mai:
  • Tuittare è bello, l'ha detto Fiorello. Siete arrivati su Twitter seguendo Fiorello o qualche altro vip. Credevate che fosse un "nuovo facebook" e siete rimasti fregati. Soprattutto perché adesso il vostro mentore se n'è andato, quindi non potete più ridere dei suoi tweet o condividere le sue campagne sociali o leggere quante volte è andato in bagno.
  • Tuitteri buongiorno buonanotte. Va bene darsi il buongiorno e la buonanotte di tanto in tanto, ma c'è chi non sa tuittare altro. Se avessi voluto sentirmi augurare buongiorno e buonanotte tutti i santi giorni mi sarei comprato un maledetto pappagallo.
  • Teste di calcio. Vi piace il calcio, io lo odio. In realtà seguo alcuni tuitteri tifosi, una ristretta cerchia, quelli che non esagerano. Se però avete un calciatore come pic, la squadra del cuore nella bio e non fate altro che commentare partite, potete benissimo starmi alla larga.
  • Politizzanti tuitsatirici. Berlusconi, Bossi, Monti, Santoro, Santanché... basta! Mi avete rotto. Va bene la satira politica, ma nella vita c'è anche altro, sapete? Coltivate un hobby, fate sport, accoppiatevi, che tanto a polemizzare da mattino a sera vi fate solo il sangue amaro (e io sono un vampiro, perciò...).
  • Ho la merda nel nome. I tuitteri che utilizzano la parola merda o altri termini scurrili nel nome non si contano più. Fa ridere? Personalmente non credo. Loro però sperano di guadagnare punti sorriso sfruttando parole come merda, culo, tette, figa. Insomma quella comicità che fa tanto ridere quando sei alle scuole medie. Dopo, no.
  • Tuit chatters. Va bene, ognuno usi twitter come gli pare, però se lo si usa solo e sempre per chattare, probabilmente non si ha molto da dire e condividere. Esistono ancora gli sms e poi c'è la fantastica chat di facebook, perché snobbarla?
  • Scrittori spammatori. Hai scritto un libro. Hai aperto un profilo su twitter. Ad ogni tweet ricordi di aver scritto un libro. Dici di leggerlo. Dici di comprarlo. Dici di leggere la recensione di tizio. Dici che lo presenterai in quel posto. Dici di guardare il booktrailer. Ti sei mai chiesto se me ne potesse fregare qualcosa del tuo libro? Voglio dire, non so nulla di te, non ti sei mai presentato, non hai mai scritto un tweet sagace o divertente. Perché dovrei leggerti? Sulla fiducia?
  • Io tuitto da dio. Il gioco è semplice: apro un profilo twitter e decido di chiamarmi Budda, scrivendo battute a tema e guadagnando follower grazie alla fama del personaggio che ho rubacchiato. In alcuni casi, quando il tuittero è all'altezza, il gioco funziona molto bene, vedi ad esempio il @Dlavolo o il @TristeMietitore, ma in altri casi l'operazione si rivela un misero fallimento. Quindi il mio consiglio è: prima di tuittare come Gesù, il Papa, i Cavalieri dell'Apocalisse o Poseidone, pensateci bene.
  • Sono una fica stratosferica. E allora? Hai una bella pic, non c'è che dire, ogni volta che la vedo ho un'erezione, ma non me ne frega un fico secco, perché, bella mia, non hai un cazzo da dire. E su twitter, purtroppo per te, mostrare le tette conta poco. 
  • L'ha suggerito twitter. In tre anni twitter non mi ha mai, dico mai dato un buon suggerimento su chi seguire. Vip, imbecilli, gnocche senza cervello, brand e boyband. Potrebbero benissimo eliminare la sezione suggerimenti.     
Ci sono certamente altre decine di categorie che ho tralasciato, ma ve le rivelerò in un altro post. Per ora meditate su queste e se ne fate parte, non seguitemi.  

lunedì 23 aprile 2012

I Metallica a volte ritornano. Anzi, quasi sempre.



Ci risiamo.
Questo ho pensato quando ho letto la notizia del nuovo tour dei Metallica.
Il tour in cui suoneranno per intero l'album omonimo del '91 (detto anche "black album"), ovvero quello che li ha fatti conoscere ai fan di Ligabue, della Pausini e degli U2 grazie alla tristemente nota ballad Nothing else matters.

I fan più giovani potranno ascoltare i pezzi dell'album che li ha resi famosi - o affossati nella melma dello star-system, a seconda dei punti di vista - e i vecchi fan verseranno lacrimucce di nostalgia sentendo dal vivo i pezzi che allora consumavano su una musicassetta nell'autoradio.
E i fan ancora più vecchi? Quelli che ascoltavano i Metallica nell'85? 
Be', di quelli chissenefrega. Quei fan probabilmente non ascoltano più nulla e sono sposati con prole e non vanno più ai concerti da una vita.
In conclusione una bella idea che fa felici tutti quanti. 
Oppure no?

Siccome non mi fido mai del facile entusiasmo delle masse, dopo aver letto la notizia ho deciso di chiamarli di persona - vista la lunga amicizia che ci lega - per chiedere loro come gli è frullata in testa questa idea, ed ecco cosa mi hanno risposto.

Lars: - Ero lì a rilassarmi in sauna con un paio di puttanelle asiatiche, quando squilla il telefono nell'altra stanza. Mia moglie era a lezione di Feng-Shui, allora chiamo Greg il maggiordomo e gli dico di rispondere. Anzi gliel'ho dovuto urlare perché era in giardino a potare non so cosa. Insomma, quando si è degnato di muovere il culo, perché nel frattempo gli avevo anche chiesto di prepararmi un Long Island, mi dice che al telefono c'è il manager di quel coglione di Jamz. Digli che non ci sono, faccio io, ma lui ormai aveva il telefono proteso verso la mia faccia sudata e così ho dovuto rispondere. Insomma quello mi fa: abbiamo pensato a un tour eccetera... il black album eccetera... ci sarebbe da far soldi eccetera... e io sì sì sì e intanto succhiavo dalla cannuccia il mio drink e lasciavo che le ragazze mi trastullassero. Così quando ho attaccato sapevo di aver accettato qualcosa, ma non sapevo cosa, perché non avevo ascoltato una mazza di quel che mi aveva detto. Ho chiamato il mio manager e gli ho detto di richiamare quel coglione per poi farmi un riassunto della faccenda. Quando finalmente ho saputo tutto ho pensato: cazzo, che grande idea! Volevo giusto ristrutturare la piscina - perché la voglio più grossa e a forma di rullante - quindi un pò di soldi non possono che farmi comodo, anche perché quella stronza della mia ex moglie mi prosciuga come una vampira del cazzo. Perciò adesso sto guardando i miei video su youtube per ripassare i pezzi vecchi, mentre una tizia asiatica mi massaggia la schiena. 

James: - Questo tour è un pò come una grande esca per i fan. I nostri fan più giovani sono come tanti piccoli pesci, basta trovare l'esca giusta per farli abboccare e loro abboccano. Questo ha detto il mio manager e io gli ho creduto, perché sinceramente da quando sono pulito e ho smesso di bere non ho più molte idee per la testa. Mi sento vuoto come un tacchino per la festa del ringraziamento senza ripieno. Più che altro leggo libri sulla pesca e dormo. Dormo un sacco. Oppure vado a pesca. L'altro giorno mentre pescavo è arrivato il mio manager e mi ha detto di questa idea del tour, allora io l'ho guardato e gli ho detto Carl, gli ho detto, io non credo di ricordarmi dove ho messo i polsini neri lunghi e il ciondolo lupo. Lui mi fa non ti preoccupare, stai tranquillo, ma io non ero tranquillo proprio per niente. Ho chiesto anche a mia moglie ma lei dice che forse li abbiamo venduti a un'asta di beneficenza per gli Oritteropi del Congo. Non essendo tranquillo per questa storia dei polsini e del ciondolo ho proposto al mio manager un tour alternativo dei grandi laghi, così prima di ogni concerto potrei andare a pescare, ma la cosa sembra non si possa fare. Lui dice che sarebbe pericoloso per la mia raucedine, quindi si farà questo tour del black album che secondo Carl sarà un pò come andare a pescare, perché tutti i nostri giovani fan abboccheranno come pesciolini.

Kirk: - Quale tour? Io non ne so nulla. Quando quei coglioni organizzano qualcosa non mi dicono un cazzo: mandano due energumeni che mi legano come un salame, mi caricano su un elicottero e mi portano dio solo sa dove. Poi mi slegano, mi mettono la chitarra al collo e dicono suona altrimenti sai cosa succede alla tua famiglia. Io allora suono, però gli assoli mica me li ricordo. Vado a caso oppure li salto. Il problema è che ad ogni solo saltato mi arriva una scossa dalla chitarra. Maledetti bastardi.  

Robert: - Suonare è bello. Suonare è la mia vita. Loro mi dicono cosa suonare, io suono. Però non posso parlare direttamente con Lars e James. Solo tramite i manager o i loro avvocati. Se qualcosa non mi sta bene, non mi danno da mangiare. Allora io dico sempre che va bene tutto. Perché io ho sempre fame.


Dopo aver sentito i ragazzi mi sono tranquillizzato e ho avuto la conferma dei miei sospetti, e cioè che questo tour è solo l'ennesima trovata del cazzo per far soldi.

mercoledì 18 aprile 2012

Il sesso? Farlo è peccato: lo dice EVA in tivù.



Sesso, sesso, sesso (diceva uno dei Monty Python nel “Senso della Vita”).
Ecco uno dei pochi incentivi a soffermarmi più di qualche secondo su un canale televisivo nelle rare occasioni di zapping passivo-compulsivo.
Lunedì sera mi trovavo giustappunto in uno di quei momenti di stallo mentale e fisico, quando ho captato una castigatissima scena di pre-accoppiamento su Rai Due.
Rai Due? Ho pensato sgranando gli occhi.
La mia curiosità è dunque salita da livello 0 a livello 0,5 (in una scala da 1 a 100) convincendomi a bloccare per qualche istante il PCC (pollice cambia canali).

Ho dunque scoperto che si trattava di una deplorevole nonché inutile trasmissione intitolata EVA, il cui proponimento (da quanto leggo sulla scheda descrittiva) è di “percorrere il territorio impegnativo della scienza con un passo leggero, ironico e divertito, attraverso filmati provenienti dalla migliore documentaristica internazionale”.
In altre parole, un Super Quark de noantri.

In questa puntata i lungimiranti autori avevano pensato bene di spolverare un argomento fresco e originale: il tradimento nelle sue varie forme.
Confesso di non aver seguito con estrema attenzione tutto lo svolgersi della puntata, ma ho colto con sufficiente lucidità i punti salienti, ovvero le banalità ipocrite e bigotte recuperate da squallidi documentari americani (nazione del bigottismo cattolico per antonomasia) e rivestite da una labile patina di rigore scientifico.

Vi riassumo tali punti, allo scopo di rendervi edotti sulla corretta condotta morale da adottare e sul perché seguirla:

  1. Tradire è il Male. Non per i motivi che pensate voi, ovvero perché si va all’inferno a rosolare nel girone dei cornificatori, ma perché il tradimento stimola la produzione di dopamina, un neurotrasmettitore che può facilmente far scattare l’innamoramento. Quindi, dicono gli esperti in tivù doppiati dalla solita calda voce dei documentari, voi pensate di farvi una semplice trombata e invece poi v’innamorate. E quindi? Dite voi. Come quindi? Innamorarsi è il Male (vedi anche punto 3)! Perché voi eravate fidanzati o sposati e per colpa del vostro immorale appetito sessuale finirete per rovinare la famiglia o la coppia! Peccatori, malandrini e zozzoni che non siete altro!

  1. Guardare i porno è il Male. In questa parte del servizio mi sono divertito assai. Insomma, alcuni uomini americani col volto coperto hanno dichiarato di provare più piacere e soddisfazione nel guardare filmati hard che non praticando attività sessuale con la propria moglie o compagna. Sacrilegio! Scomunica! Il servizio continuava spiegando come affrontare efficacemente la “battaglia contro la lussuria” e io naturalmente ho preso appunti.


  1. Innamorarsi di altre donne è il Male. Voi quarantenni o cinquantenni che producete sempre meno testosterone e v’innamorate della segretaria (ma esistono ancora professionisti che possono permettersi una segretaria personale?) vergognatevi! Il vostro non è che un picco di testosterone provocato dal desiderio sessuale per una donna diversa dalla vostra, magari più giovane e bella, che vi provoca l’illusione di essere ancora giovani e aitanti! Rinunciate a questi piaceri effimeri della carne e fate gli adulti responsabili una volta tanto! (Zozzoni).


In conclusione, poiché ormai l’autorevolezza della Chiesa nel dettare comportamenti “etici” ha raggiunto i minimi storici, ecco l’idea geniale del fronte cattolico: trasmettere gli stessi concetti triti e ritriti e vecchi di 2.000 anni attraverso l’unico canale che la gente credulona prende ancora per vero e che la Chiesa ha sempre osteggiato: la ricerca scientifica.
Ed ecco che grazie alla frase “Secondo una ricerca dell’università di…” ogni scemenza diventa credibile.
Ma questa è un’altra storia.




mercoledì 4 aprile 2012

Il tempo è un bastardo? Chiedetelo a Jennifer Egan

Il tempo è un bastardo

Come dar torto a Jennifer Egan?
Il tempo è un gran bastardo. Anche se il titolo originale del suo libro dice tutt'altro (A Visit From the Goon Squad), lei ce lo ricorda in tutti i capitoli, in un modo o nell'altro, che il tempo passa per tutti, lasciando "tatuaggi flaccidi afflosciarsi come tappezzeria mangiucchiata dalle tarme su bicipiti svuotati e culi cadenti".

Bennie Salazar, giovane musicista punk e poi produttore discografico di successo, attraversa le generazioni del rock insieme alla sua banda di amici e famigliari, dagli anni '70 a oggi, muovendosi fra le droghe, la scena musicale e lo star-system, realtà che più di altre possono documentare l'inesorabile trascorrere del tempo. Il rock è un fottuto divoratore di vita, ti dona l'illusione di restare giovane nascondendoti che in vent'anni cambiano un sacco di cose.

"Perché in fondo la realtà è questa, no? In vent'anni non diventi più bello, specie se nel frattempo ti hanno tolto metà dell'intestino. Il tempo è un bastardo, giusto? Non si dice così?"


Ma questo libro non parla solo di musica. Questo libro è un grande intreccio di racconti, o se volete di storie, di destini, un acceleratore di vite, una polaroid che cattura i dettagli di un momento, te li descrive e poi come una macchina del tempo ti spedisce vent'anni dopo e ti mostra con una lucidità disarmante cosa succederà a quelle persone che adesso stanno pogando sotto un palco.

Ti dice che quel tramonto in Africa te lo devi godere, non tanto per la sua oggettiva magnificenza, quanto perché vent'anni dopo potresti ricordartene ancora come il momento più bello o importante della tua vita, mentre tuo padre che allora era un affascinante rocker abbronzato, adesso se ne sta disteso su un letto, vecchio e malandato.

"Le domande che ho in mente sembrano tutte sbagliate: Come hai fatto a diventare così vecchio?"

Ecco cosa fa questo libro. Apre varchi che mostrano il futuro dei personaggi, dopo averli catturati nei momenti cruciali delle loro esistenze.

Della struttura si è parlato tanto. Una narrazione che rompe gli schemi classici, con cambi di prospettiva, balzi spaziotemporali, linguaggi che pescano dalla tecnologia e dai social media, e il discusso capitolo che si sviluppa come una serie di slide in power point, intitolato "le grandi pause del rock".
Una sperimentazione che consente all'autrice di slegare la cronologia della narrazione tradizionale per rappresentare flussi di coscienza coesistenti, consentendo al lettore di determinarne autonomamente le connessioni. E ben venga ogni tipo di sperimentazione che stimoli l'intelletto dei lettori!

Non vi anticipo altro, ma voglio spendere due parole su "le grandi pause del rock".
Chi suona sa che le pause, specie quelle più lunghe e inattese, sono importanti e "pesanti" quanto le note, e in questo capitolo, attraverso l'ossessione di un ragazzino autistico per le pause più potenti e significative della musica rock, si apre una nuova chiave di lettura dell'opera.
Le pause sono rari e significativi momenti di sospensione in cui si raggiunge una particolare consapevolezza rispetto alla propria esistenza, in attesa che la musica ricominci uguale a prima, cambi direzione o finisca del tutto. Ma sono anche le distanze tra le persone, i silenzi che preludono a eventi significativi, le occasioni per ricominciare. Magari proprio ricominciare a suonare.

"Ero fuori dal giro da un sacco di tempo, ma un musicista lo riconoscerei ovunque."

Forse, se non sei un musicista e non lo sei mai stato, non puoi capire fino in fondo questo romanzo. Però provaci: ne vale la pena.